Da decenni la Sicilia gastronomica è spaccata sulla questione del genere dell’arancino.
Una disputa campanilistica tra chi sostiene la versione maschile “arancino” di forma conica e chi preferisce la più tondeggiante versione femminile “arancina”. Un dibattito acceso che ha visto città e province arroccarsi sulle proprie convinzioni linguistiche, difendendo con passione l’identità di uno dei simboli culinari dell’isola.
Ma, come accade per tutte le grandi storie, le controversie non finiscono mai: oggi si apre un nuovo fronte che scuote la Sicilia e riguarda l’origine stessa dell’arancino, ci si interroga non più sul nome, ma sulla sua data di nascita.
Ad accendere la miccia è il professor Alberto Grandi, autore di “La cucina italiana non esiste”, che conduce insieme a Daniele Soffiati il podcast DOI – Denominazione di Origine Inventata in cui smaschera le leggende sulla cucina italiana,
Il professor Alberto Grandi in un episodio del podcast ha avanzato una tesi tanto audace quanto destinata a suscitare reazioni: secondo Grandi, la storia dell’arancino sarebbe molto più recente di quanto si pensi. L’iconico street food, secondo l’autore di DOI, avrebbe fatto la sua comparsa solo dopo il 1950, quando il riso sarebbe tornato sulle tavole siciliane dopo un lungo periodo di assenza.
Per rafforzare la sua teoria, Grandi cita il celebre dizionario di Giuseppe Biundi del 1857, che definisce l’arancinu come una “vivanda dolce di riso fatta alla forma della melarancia”. Quindi, secondo il professore, il riso sarebbe poi scomparso per almeno due secoli dalla cucina dell’isola.
Non si è fatta attendere la replica di Francesco Lauricella, autore di “Mizzica! Dizionario gastronomico siciliano”, che ha risposto con un reel pungente su Instagram.
Lauricella ricorda che il riso, introdotto in Sicilia dagli Arabi nell’VIII secolo, ha da sempre trovato posto nella tradizione gastronomica dell’isola. La sua presenza nei ricettari e nei dizionari, spiega, è costante e documentata, confutando l’idea di una lunga assenza.
Lauricella sottolinea, inoltre, che il riso non si limita agli arancini ma arricchisce la cucina siciliana in molteplici preparazioni, sia dolci che salate: dalle ganeffe al paté catanese, fino alle crespelle. Tutti piatti che, secondo Grandi, sarebbero nati solo dopo il 1950, ma che la bibliografia gastronomica e le testimonianze popolari sembrano far risalire a tempi ben più remoti.
La nuova disputa è quindi aperta, e gli appassionati di cibo siciliano saranno sicuramente curiosi di vedere come si svilupperà il dibattito e desiderosi di parteciparvi, perché più che dividere contribuisce a tenere viva la tradizione e il racconto di uno dei più amati simboli dell’isola, protagonista sulle tavole, nei mercati e nei cuori di chi ama la Sicilia e la sua cultura gastronomica.

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