La geologia “a portata di mano”: dalle rocce tipiche delle Alpi lombarde ai minerali rari, fino alle impronte di dinosauro
Il 6 ottobre è la Giornata Internazionale della Geodiversità, istituita dall’UNESCO nel 2021, quest’anno dedicata alla geologia accessibile “Geodiversity On Our Doorstep”: per promuovere la conoscenza e la tutela della varietà degli elementi non viventi della Terra, dalle rocce ai minerali, dai fossili ai suoli, fino alle forme del paesaggio e ai processi naturali che le hanno generate. La Valtellina offre numerosi spunti per leggere questa storia direttamente sul territorio, attraverso montagne, vallate, giacimenti mineralogici, musei, miniere e percorsi geologici che hanno trasformato in milioni di anni il Pianeta.
La ricchezza geologica della provincia di Sondrio è legata alla sua posizione geografica lungo la zona di contatto tra la placca europea e quella africana, il cui movimento ha contribuito alla formazione della catena alpina. A questa storia si sono aggiunti nel corso del tempo i processi erosivi e le glaciazioni, che hanno modellato le valli, lasciando morene e depositi e contribuendo a definire l’attuale conformazione del territorio. Anche i due versanti della Valtellina raccontano storie geologiche identitarie: quello retico è caratterizzato da rocce come il granito serizzo e il ghiandone del massiccio della Val Masino, mentre quello orobico presenta rocce sedimentarie e metamorfiche, tra cui gli gneiss di Morbegno.

Sentieri e percorsi per leggere la storia della Terra
La geodiversità valtellinese può essere esplorata anche attraverso alcuni itinerari dedicati alla scoperta della geologia alpina. Tra questi c’è il Sentiero geologico della Val Zebrù, inaugurato nel luglio 2025 grazie alla collaborazione tra il Rifugio V Alpini e il corso di laurea in Scienze e Tecnologie Geologiche – progetto PLS (Università di Milano-Bicocca). Il percorso parte dall’alta Val Zebrù passa dal Rifugio Quinto Alpini e raggiunge il Passo Zebrù, articolandosi in sette tappe geologiche.
Ogni tappa racconta un capitolo della storia della Terra: dalle rocce che conservano la memoria di antichi ambienti tropicali ai processi geodinamici legati al movimento delle grandi placche tettoniche, dalla formazione delle Alpi alle ere glaciali che hanno modellato le valli, fino al rapporto tra attività umane e sistemi naturali. Il percorso nasce con l’obiettivo di rendere la geologia alpina accessibile anche a chi non è esperto, offrendo una chiave di lettura diversa per osservare la montagna e riflettere sull’importanza della tutela degli ambienti e degli ecosistemi alpini.
Il sentiero è accompagnato da un sito web dedicato, con contenuti scientifici e approfondimenti, e da una brochure disponibile presso il Rifugio Quinto Alpini e negli uffici turistici di Bormio e Santa Caterina.
Dalle montagne ai musei: la ricchezza mineralogica della provincia di Sondrio
La storia geologica del territorio si può approfondire anche attraverso le numerose collezioni mineralogiche presenti in provincia. La varietà delle rocce valtellinesi ha infatti favorito la presenza di una ricca biodiversità mineralogica, con specie rare e ritrovamenti di particolare interesse per la ricerca.
A Morbegno, il Museo Civico di Storia Naturale conserva testimonianze dell’ambiente naturale della provincia di Sondrio. La sezione dedicata alle Scienze della Terra accompagna il visitatore alla scoperta della geografia, della morfologia e della geologia del territorio, fino alla formazione delle Alpi. Il percorso si conclude nella Sala delle rocce, dei minerali e dei fossili, dove sono raccolti circa 80 campioni di rocce e oltre 200 tipi di minerali. Tra le testimonianze paleontologiche figura anche un reperto della Cassinisia orobica, una pianta fossile risalente a circa 280 milioni di anni fa.
A Sondrio, all’interno del Castel Masegra, il Museo dei Minerali di Valtellina e Valchiavenna (MuMiVV) custodisce la Collezioni Grazioli, in memoria di Fulvio Grazioli, tra i più importanti ricercatori di minerali dell’intera provincia. Il museo presenta circa 500 specie mineralogiche, comprese alcune particolarmente rare e specie scoperte per la prima volta nel territorio della provincia di Sondrio. La collezione viene inoltre periodicamente rinnovata, permettendo di approfondire di volta in volta gli aspetti della mineralogia valtellinese.
Proseguendo verso l’Alta Valle, a Bormio si trova il Museo Mineralogico e Naturalistico, fondato da Edy Romani, che raccoglie oltre 14.000 cristalli e minerali provenienti principalmente dalle vallate e dalle montagne circostanti, insieme a esemplari provenienti da varie parti del mondo. L’esposizione comprende anche una sezione dedicata all’ambiente montano, con la ricostruzione di flora e fauna tipiche del territorio, e un laboratorio artigianale dedicato alla lavorazione manuale delle pietre dure.
In Valmalenco, a Lanzada, il Museo Mineralogico permette invece di conoscere più da vicino la storia delle ricerche e dei ritrovamenti che hanno reso la valle un punto di riferimento internazionale per mineralogisti e appassionati. La collezione testimonia la particolare ricchezza del territorio, noto per la presenza di minerali come demantoide, perovskite e artinite, oltre che per la varietà di rocce legate alla presenza di serpentini.
Dalla Valmalenco alla Valchiavenna: i luoghi della mineralogia
La geodiversità non si esaurisce nelle collezioni museali. Alcune aree della provincia di Sondrio sono infatti conosciute dagli studiosi per la particolare varietà delle loro formazioni e dei minerali presenti. La Valmalenco rappresenta uno dei territori più significativi per la ricerca mineralogica, mentre la Val Sissone è conosciuta per la varietà dei minerali di contatto, tra cui quarzi, granati ed epidoti.
A Lanzada, la Miniera della Bagnada permette di aggiungere alla lettura geologica del territorio anche quella legata alla sua storia estrattiva: una delle miniere visitabili in Lombardia, testimonianza dell’attività mineraria che per lungo tempo ha caratterizzato la valle.
In Valchiavenna come nell’Alta Valmalenco, invece, la geologia si intreccia con la cultura e le attività tradizionali del territorio attraverso la pietra ollare, materiale lavorato fin dall’antichità per la realizzazione delle tradizionali pentole (Lavéc o Laveggi) e altri manufatti.
La geologia lungo l’Adda, dai siti archeologici fino ai vigneti
Un’importante testimonianza della geodiversità alpina è la Rupe Magna di Grosio, la più grande roccia incisa d’Europa. Modellata dai ghiacciai circa 20.000 anni fa, presenta una caratteristica forma a “dorso di balena” e un substrato di rocce metamorfiche (micascisti e filladi) attraversato da vene di quarzite, che offrì una superficie ideale per le incisioni rupestri della Protostoria. I numerosi segni, realizzati soprattutto nell’età del Ferro, testimoniano lo stretto rapporto tra caratteristiche geologiche del territorio e sviluppo delle pratiche culturali.
Più a sud, verso la Media Valtellina, il paesaggio cambia e i versanti retici sono modellati dai celebri terrazzamenti vitati, sostenuti da chilometri di muretti a secco. La matrice geologica influenza anche il. paesaggio più riconoscibile della Valtellina, quello dei terrazzamenti vitati. I suoli sui quali crescono le viti sono caratterizzati dalla presenza di detriti alluvionali e morenici e di rocce come lo gneiss. La pratica del terrazzamento ha inoltre permesso alle radici di svilupparsi in profondità, entrando in relazione con il substrato roccioso. Anche il paesaggio vitivinicolo valtellinese diventa così una testimonianza del rapporto tra geologia, morfologia del territorio e attività dell’uomo.

Nel Parco Nazionale dello Stelvio, la geologia incontra la paleontologia
Tra gli esempi più sorprendenti della geodiversità valtellinese c’è infine la Valle di Fraele, nel territorio di Valdidentro, all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio. Qui le rocce raccontano una storia molto più antica di quella delle Alpi che vediamo oggi: sulle pareti di dolomia delle Cime di Plator e della Cima Doscopa sono state individuate decine di migliaia di impronte di dinosauri risalenti a oltre 210 milioni di anni fa.
Il sito, individuato nel 2025 dal fotografo naturalista Elio Della Ferrera, si sviluppa per circa cinque chilometri, con oltre trenta affioramenti distribuiti sui crinali montuosi. Le impronte sono attribuite a prosauropodi del Triassico Superiore, dinosauri erbivori antenati dei grandi sauropodi del Giurassico. In alcuni punti sono state rilevate fino a sei orme per metro quadrato e la particolare conservazione delle superfici permette ancora oggi di distinguere la forma delle dita e degli artigli.
Gli studi condotti nell’ambito del progetto Paleo Stelvio, promosso dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Como, Lecco, Sondrio e Varese in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Milano, con il supporto dell’Università degli Studi di Milano, del MUSE, del Parco Nazionale dello Stelvio e del Comune di Valdidentro, stanno contribuendo a definire l’importanza paleontologica dell’area.
Le pareti sulle quali sono conservate le impronte non sono direttamente accessibili, ma il sito può essere osservato con il cannocchiale da alcuni punti panoramici lungo la strada che costeggia i Laghi di Cancano, nella cosiddetta Valle dei Dinosauri. Anche il tour ad anello in e-MTB Bormio–Boscopiano–Cancano, passando dalle storiche Torri di Fraele, permette di raggiungere l’area e affacciarsi sulla valle interessata dal ritrovamento.
Il patrimonio geologico e paleontologico del Parco Nazionale dello Stelvio si inserisce inoltre in un territorio dove sono conservate testimonianze delle epoche passate: dai petroglifi di Punta Segnale, a circa 3.000 metri di quota e considerati tra i più alti d’Europa, alle testimonianze della Prima Guerra Mondiale lungo gli itinerari dello Stelvio Historical Trek. Un territorio nel quale, attraverso rocce, fossili, ghiacciai e paesaggi, è possibile ripercorrere una parte della lunga storia naturale delle Alpi.



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